Dal giornale “Quindici” di Molfetta

15 gennaio 2001

 

Il racconto di un pescatore che ha pescato un ordigno

Bombe all’uranio, “Quindici” ne parlò già nel ’99

di Massimiliano Piscitelli e Tiziana Ragno

 

Sindrome dei Balcani, uranio impoverito, soldati a rischio leucemie, segreti militari, Alleanza Atlantica in pericolo: le prime pagine dei giornali non parlano d’altro, adesso.

Ma la guerra in Kosovo è ormai storia e molte delle “nuove verità” che i telegiornali di questi giorni ci propongono come inediti scoop, in realtà sono soltanto conferme di previsioni bollate più di un anno fa come allarmismi ingiustificati, frutto di fanatismo o di apocalittiche fantasticherie.

Eppure anche il nostro giornale QUINDICI nel giugno del 1999 scriveva di “sindrome del Golfo” (oggi ribattezzata “dei Balcani”), di uranio impoverito e dei rischi legati al suo utilizzo, sia per la salute umana sia per l’ambiente, citando persino rapporti ufficiali emessi allora da “Greenpeace” e “Legambiente”.

Parlavamo più di un anno fa anche del gravissimo impatto ambientale dovuto sia ai bombardamenti nelle terre del conflitto, sia alle migliaia di bombe che gli aerei Nato, nei mesi delle operazioni militari, regalarono all’Adriatico violando, tra l’altro, convenzioni internazionali che tuttora vietano espressamente di gettare ogni tipo di materiale in mare.

 

Vecchie bombe: ancora un ritrovamento per un pescatore di Molfetta

 

“La paura faceva novanta”: così esordisce un pescatore molfettese che ha voglia di raccontarci l’ennesimo caso di incontro ravvicinato con una bomba avvenuto recentemente durante una battuta di pesca al largo delle nostre coste, nei pressi di Mola di Bari.

E’ cosa nota che i motopescherecci di Molfetta, ma non solo, pressoché quotidianamente portino a galla impigliate nelle loro reti, ormai quasi vuote di pesci ma sempre colme di rifiuti, bombe di ogni tipo: proiettili di artiglieria, mine anticarro, siluri, bombe a mano, i famigerati e temibili ordigni all’iprite (responsabili di numerosissimi casi di ustione), armi, queste, quasi tutte risalenti alla seconda guerra mondiale.

Nonostante questi ritrovamenti siano ormai prassi quotidiana, ha sempre prevalso la tendenza tra i pescatori a far passare tutto sotto silenzio, evitando di comunicare l’accaduto alle autorità competenti (Capitaneria di Porto), il cui intervento, a loro dire, costituirebbe addirittura un ostacolo per le attività di pesca: troppo intrusive le loro indagini, eccessive le lungaggini burocratiche, troppo lunghi i tempi di fermo imposti, troppo alti i costi da pagare.

Mario (chiameremo così, con uno pseudonimo, il pescatore da noi intervistato, per ragioni di riservatezza su sua esplicita richiesta), non esita a riconoscere: “La bomba che ho ritrovato qualche giorno fa adesso è lì dove l’ho lasciata, ed è bene che sia così, senza che nessuno di quelli lo sappia”.

L’ordigno pescato da Mario era una mina di notevoli dimensioni, pesantissima, diversa da quelle che in passato anche a lui svariate volte era capitato di rinvenire. Sicuramente non era all’iprite (“al gas” come si dice in gergo tra i pescatori), ma era molto vecchia e corrosa: Mario ormai sa riconoscere il tipo di bomba e il grado di pericolosità, dall’odore, dal colore, dal peso e dalla forma.

“Ero al termine di una cala di cinque ore, stanco ma impaziente di portare a bordo il pescato, quando ho sentito che la barca quasi si fermava: avevamo preso qualcosa di grosso! Non ho potuto fare a meno di pensare subito a una bomba: tra noi se ne parla sempre e anche chi mi ha insegnato a pescare, a suo tempo, mi diceva di fare sempre attenzione, di capire in tempo di che tipo di bomba si trattasse e di applicare subito le precauzioni necessarie, perché in quei casi…è solo questione di attimi.”

Chiediamo a Mario che cosa ha fatto quando si è reso conto con certezza che si trattava di un ordigno: “Ho tagliato la rete e ho buttato tutto a mare, anche i pesci. A quel punto, invece, avrei dovuto, secondo la legge, portare la bomba a terra o lasciare la rete a mare, segnalandola con una boa, per poi riferire tutto alla Capitaneria di Porto, ma sapete cosa mi sarebbe successo? Sarebbero saliti a bordo, mi avrebbero chiesto mille cose, dove mi trovavo al momento del ritrovamento, perché mi trovavo lì, alla fine avrebbero fatto saltare in aria bomba e rete, senza naturalmente risarcirmi dei danni; senza parlare, poi, del fermo che mi avrebbero imposto e delle giornate di lavoro che avrei perso”.  

Mario ci racconta, inoltre, che in quei momenti di panico non è affatto facile gestire con freddezza e lucidità la situazione: occorre pensare alla barca, alla rete che va salvata il più possibile (una rete costa ai pescatori circa tre milioni), all’equipaggio che non deve subire danni, al pescato che bisogna tentare di recuperare, e ancora, al luogo in cui abbandonare la bomba. “A mezzo miglio da me c’era un relitto – precisa Mario - se avessi lasciato la bomba lì, sono sicuro, nessuno più l’avrebbe ripescata, con buona pace di tutti; ma non ce l’ho fatta e in fretta e furia sono riuscito soltanto a liberarmi della bomba lì dove mi trovavo e a registrare le coordinate di quel punto”.         

Mario è certo che la sua bomba sia stata portata lì da un grande motopeschereccio, chissà da dove e probabilmente sarà ancora una volta sottratta al segreto degli abissi, per diventare il frutto indesiderato di una delle tante battute di pesca.

 

Nuove bombe: niente bonifica, elevatissimi i rischi ambientali

 

La bomba di Mario risaliva sicuramente alla seconda guerra mondiale. Responsabili dunque, con ogni probabilità, gli Alleati di allora. Altre bombe nel frattempo hanno colpito l’Adriatico, divenuto discarica incontrollata anche nell’ultimo conflitto; fino ad ora nessuno dei pescatori molfettesi pare abbia rinvenuto le bombe utilizzate durante la guerra in Kosovo. 

Eppure le bombe ci sono. Sono undici le zone di rilascio nel basso Adriatico, due persino entro le dodici miglia, così come dichiarato dalla Nato, pur dopo innumerevoli tentativi di coprire con il segreto militare la verità sulle aree incriminate: la mappa (che qui pubblichiamo ancora una volta), diffusa dalla Capitaneria di Porto di Molfetta nel corso del conflitto, non fu riconosciuta né dalle  autorità italiane né dalla Nato e la nostra Capitaneria di Porto è citata persino nei rapporti dell’unità di crisi per aver divulgato allora quelle informazioni in maniera “incauta”.

La bonifica, torniamo a dire, non c’è mai stata nelle nostre zone, come si evince dal rapporto conclusivo emesso dal Terzo reparto di pianificazione dello Stato maggiore della Marina Militare Italiana, a conclusione dell’ultima operazione di bonifica condotta nell’Adriatico fino e non più a sud del promontorio del Gargano (27/7/ 1999): spesso si è posta, a giustificazione del mancato intervento, la scarsità dei mezzi a disposizione della Marina militare, dotata di cacciamine non in grado di individuare le bombe per lo più di piccole dimensioni adoperate nell’ultimo conflitto, e a così elevate profondità.  

Adesso finalmente gli organi militari “confessano” anche di aver usato proiettili all’uranio impoverito, e il nostro governo si dice sbalordito, “ignaro” com’era illo tempore dell’utilizzo di queste armi, delle quali ancora incerti sono gli effetti sulla salute umana, e soprattutto sull’ambiente.

Le leucemie sospette che hanno colpito molti soldati impegnati nelle zone di conflitto hanno fatto esplodere il caso uranio impoverito, in realtà già noto a chi di dovere, almeno dall’8 febbraio 2000, quando il sottosegretario Calzolaio rispose a un’interrogazione parlamentare relativa ad “Uranio impoverito e conseguenze ambientali in Kosovo”: più chiaro di così!….

 

Una risposta poco rassicurante

 

Già allora la risposta non fu affatto rassicurante; Calzolaio, tra l’altro, riconosceva: “Un rischio incombe anche sui fondali adriatici utilizzati dagli aerei Nato per l’affondamento di ordigni. Infatti, nonostante le attività di bonifica svolte dai cacciamine della Marina Militare Italiana e dalla Nato, una quantità incognita di ordigni giace ancora sui fondali. Questa circostanza è confermata dal rinvenimento di bombe Nato nelle reti di operatori della pesca, anche dopo la conclusione delle prime [e ad oggi uniche, ndr] operazioni di bonifica, il 30 agosto 1999”.

Ancora Calzolaio faceva notare, questa volta in una lettera indirizzata il 24 febbraio 2000 all'allora presidente del Consiglio D'Alema (fonte: L'Espresso, 18 gennaio 2001), che, unitamente ai rischi connessi all'uso di uranio impoverito in Kosovo, esisteva una seconda emergenza, quella relativa allo "stato delle armi chimiche affondate" nel basso Adriatico, per le quali si giudicava "necessaria la verifica della distribuzione, dello stato di conservazione e delle conseguenze per gli ecosistemi marini della presenza sui fondali del basso Adriatico di residuati bellici, principalmente caricati con aggressivi chimici". E' bene ricordare che nessun esito hanno poi avuto quelle ripetute sollecitazioni di Calzolaio.

 

Quali rischi per il futuro

 

Quali rischi dunque corriamo noi, ad appena 300 km dalle terre bombardate e lambiti, inoltre, da un mare che non è difficile definire contaminato in modo permanente, a seguito dei ripetuti affondamenti di proiettili di ogni sorta, compresi (e che motivi avremmo per avere dubbi?!) quelli all’uranio impoverito di cui oggi tanto si parla? In altre parole, sono a rischio "soltanto" le categorie militari e le popolazioni civili direttamente esposte ad un eccesso di radioattività nelle aree bombardate con munizionamento ad uranio?

Forse anche sull'onda dell'emotività di questi giorni, dovuta ai numerosi casi di morte registrati tra i soldati impegnati gli anni scorsi nell'area balcanica, poco si è badato alle conseguenze ambientali dell'uso di queste armi, e poco si è insistito sugli effetti che a lungo termine potrebbero essere percepiti anche al di fuori di quelle terre.

Se ancora poco chiari sono i possibili effetti dell'uranio inalato o ingerito, se  alcune fonti continuano a "rassicurare" in merito alla soglia di tollerabilità dell'organismo umano rispetto a un materiale "poco radioattivo" come "l'uranio depleto", tuttavia gli studi condotti sulla popolazione irachena ad oggi provano un assai probabile legame tra l'esposizione all'uranio impoverito (usato anche nel corso della guerra del Golfo, com'è noto) e disturbi e malformazioni a livello genetico, e, per quanto ci riguarda, pare certo che l’uranio lasciato sul campo di battaglia venga lentamente trasportato dal vento anche a km di distanza, ed il fall-out al suolo possa contaminare le falde acquifere fino ad entrare nella catena alimentare; varie fonti scientifiche, inoltre, parlano di "reale pericolo derivante da contaminazione ambientale", stimando che, nonostante la bassa radioattività dell'uranio impoverito, l'esposizione cronica a questo materiale e inoltre le difficoltà legate ad una bonifica giudicata al momento impossibile per l'estrema dispersione dell'uranio, potrebbero lasciare conseguenze indelebili sull'ambiente.

 

I pescatori convivono con le bombe

 

La nostra città e i pescatori molfettesi conoscono fin troppo bene il dramma delle bombe: dopo cinquant'anni fatti di silenzi, e anche di incidenti, hanno imparato a riconoscerle e a "gestirle" con la massima prudenza possibile. Ma di questi cinquant'anni appena trascorsi si sono serviti anche i "Signori della Guerra", che in questo tempo hanno affinato le loro armi, rendendole più subdole e pericolose: se la mina della seconda guerra mondiale riaffiorata nella rete di Mario, il pescatore intervistato, era grande e grossa, oggi nuovi ordigni, meno pesanti e meno ingombranti, abitano l'Adriatico e vi si muovono con maggiore libertà, lo contaminano e vi stazionano forse con tempi di permanenza assai più ampi. Chissà se, passati altri cinquant'anni, basteranno i moniti e l'esperienza di Mario a porre al riparo i futuri pescatori dall'uranio impoverito, nuovo ospite, forse, dei nostri mari, insieme ai nuovi strumenti di guerra che sapremo ancora inventare.

Dal giornale “Quindici” di Molfetta

15 marzo 2000

 

A pesca di bombe

di Massimiliano Piscitelli e Tiziana Ragno

 

La bomba è esplosa: la notizia è rimbalzata da un quotidiano all’altro, le associazioni di categoria temono il peggio, tra le alte sfere della scienza si discute e ci si scontra,  mentre la politica rassicura nel segno della prudenza e della fiducia nella provvidenza…

Ebbene questa volta l’iprite non è passata accidentalmente soltanto sulla pelle dei pescatori per dare dimostrazione della sua presenza nei nostri mari, ma la si è proprio andata a cercare con l’intento di svelarne ogni mistero e farne venire alla luce gli effetti pure esercitati nel sommerso mondo degli ecosistemi marini.

La ricerca incriminata è quella dell’Icram - istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare – che ha iniziato le sue ricerche nelle acque a 35 miglia al largo del porto di Molfetta, in una delle quattro aree di affondamento individuate a sul del Gargano. Acab – armi chimiche affondate e benthos – è il nome del progetto di ricerca voluto dal ministero dell’ambiente dopo ben 50 anni di silenzi protratti e di segreti militari non ancora del tutto dissolti.

Gli ordigni ritrovati in quest’area pari a 10 miglia quadrate, e individuati come bersagli di interesse, ammontano a 102, dei quali 16 sono stati ispezionati con robot filoguidati e 11 sono risultati essere ordigni a carica chimica corrosi.

Da questi, quindi, la possibilità, esistita e tuttora esistente, che l’aggressivo chimico contenuto possa fuoriuscire e interagire con i delicati ecosistemi marini a danno di flora e fauna ittica.

Si è parlato di iprite, naturalmente, punto di partenza tra l’altro di questa ricerca, ma anche di arsenico, la vera novità, oggetto anche di allarmismi forse eccessivi e in ogni caso fuorvianti. Nelle bombe c’è anche dell’altro: adamsite, fosgene, lewisite per un totale di ben 18 aggressivi chimici persistenti, in grado cioè non soltanto di provocare danni all’ecosistema, ma di perdurare in quest’azione nociva per tempi assai lunghi.  

“Abbiamo prelevato campioni di acqua, sedimenti e pesci sottoponendoli poi a vari metodi di analisi - ha detto Ezio Amato ricercatore dell’Icram – e, confrontando i risultati con campioni di altra provenienza, ma di stessa natura, abbiamo riscontrato, ad esempio, un notevolissimo scarto rispetto alla norma nei livelli di concentrazione di arsenico contenuto nei tessuti epatici e cutanei di alcuni pesci”.

Questo non significa che ci possano essere conseguenze sull’uomo: le concentrazioni rinvenute sono, è vero assai più alte rispetto ai livelli consueti e tali da produrre uno stato di sofferenza e stress nella fauna ittica, ma sono di gran lunga inferiori alle soglie di tollerabilità dell’organismo umano, così come ha tenuto a precisare lo stesso Ezio Amato. 

Per evitare rischi di poca attendibilità, lo studio ha avuto per oggetto specie ittiche stanziali - come lo scorfano da fondale – costantemente sottoposte, quindi, all’esposizione di queste sostanze dato lo stato fortemente degradato degli ordigni, fatto per altro comprensibile dopo 50 anni.

“Abrasioni e lesioni cutanee sono i sintomi più rinvenuti sui campioni di pesce analizzati, ma – ha ribadito Ezio Amato – la conoscenza degli effetti sulla vita dei pesci è ancora all’esame dei ricercatori”.

Non sono poche le riserve avanzate da altri ambienti di ricerca: per alcuni lo studio dell’Icram sarebbe troppo parziale e addirittura opinabile per i metodi adoperati, per altri questa ricerca finirebbe col creare facili allarmismi, dannosissimi per l’economia di un settore già in stato di profonda crisi quale è quello della pesca molfettese.

I realtà ad alludere alla parzialità dello studio condotto o quanto meno alla necessità di integrarlo proseguendolo è lo stesso rapporto finale diffuso dall’Icram in cui alla fine si auspica l’avvio di un programma di monitoraggio puntuale per verificare la possibilità e le modalità di bonifica delle aree analizzate.

“La bonifica sembra essere fattibile – ha detto Ezio Amato – ma per adesso è allo studio”. Il precedente più famoso che è quello del mar Baltico, fu un fallimento annunciato: le bombe all’iprite erano tantissime e troppo forti i rischi, nonché elevatissimi i costi di bonifica.

Per la verità quanto ai costi, un atto di galanteria della diplomazia inglese sembrerebbe attutire il problema: il ministero della difesa britannico ha ammesso che l’Inghilterra ha affondato munizioni chimiche al largo della costa barese, aggiungendo di essere disponibile a finanziare le operazioni di bonifica. Meglio tardi che mai.

 

Ultime bombe: niente bonifica

 

Le bombette gialle grandi quanto una lattina di coca cola apparse quest’estate sulle spiagge di Brindisi e di Rodi Garganico, sono un’immagine ancora fresca nella nostra memoria.

Di bonifica si parlò anche allora e si inventò persino il “fermo bellico”, periodo di sospensione della pesca che avrebbe consentito lo sminamento e che naturalmente sarebbe dovuto essere accompagnato da indennizzi ai pescatori.

Che fosse una strategia puramente elettorale – eravamo alla vigilia delle europee – lo si potette intuire già da allora: adesso la conferma arriva dal mancato pagamento degli indennizzi pure promessi entro 90 giorni dall’inizio del fermo.

Di soldi neanche l’ombra, quindi, ma di bombe, invece, tante.

La bonifica, infatti, della quale pure la Marina Militare Italiana non esita a decantare mirabili risultati – il rapporto finale parla della distruzione del 99% degli ordigni rilasciati dagli aerei Nato  -, lascia molte perplessità all’interno delle associazioni ambientaliste, nella Legambiente, per esempio, ma non solo. Intanto, la nostra zona non è stata affatto toccata da queste operazioni: dell’alto Adriatico si è occupata la Marina Militare italiana, il medio e basso Adriatico è stato affidato invece ai cacciamine della Nato, salvo, però, a porre come limite meridionale degli interventi di bonifica il Gargano: la costa pugliese può attendere. Inoltre si brancola ancora nell’incertezza per quel che riguarda la individuazione puntuale delle zone di rilascio – Jettison Areas -, anche se peso e dimensione delle bombe lasciano credere che il movimento delle masse d’acqua possa averle spostate anche di molto - : 5, 6, il numero delle aree incriminate è variato più volte e persino la Capitaneria di porto di Molfetta appare citata in rapporti dell’ unità di crisi per aver diffuso una mappa indicante undici siti di rilascio di cui due entro le 12 miglia – pubblicata da quindici, giugno 1999 -, mappa che non è stata riconosciuta poi dalle autorità italiana, né dalla Nato, fino a qualche giorno fa, quando con i soliti ritardi e senza documenti scritti, la sua attendibilità è stata finalmente ammessa. Al segreto militare, più volte in questi casi, si è aggiunto anche una sorta di “fatalismo di interesse”, secondo il quale nulla si potrebbe fare per queste bombe data la scarsità di mezzi di cui dispone la Marina Militare italiana, visto che i cacciamine non sarebbero in grado di individuare bombe così piccole e a così elevata profondità, elemento questo non determinante in realtà, giacchè le bombe si sono pescate anche negli ultimi mesi in aree assai vicine alla costa.

Inoltre, il pericolo per le autorità militari sarebbe ormai stato sventato o, come un po’ più onestamente si dichiara, ricondotto ai livelli normali, precedenti il conflitto in Kossovo: eppure molte delle bombe a grappolo sono state rinvenute aperte e questo, come sottolinea l’Icram, indica che le bomblets più piccole contenute all’interno sono tuttora disperse in mare in un numero rilevante, forse dell’ordine delle migliaia; incalcolabile e però affatto considerato è l’impatto ambientale che il rilascio ha sicuramente provocato per la tossicità dei contenuti degli ordigni, dati anche i sospetti, poi diventati anche qui ammissioni, relativi all’impiego di uranio impoverito; gli operatori della pesca, per di più, non sanno assolutamente nulla sulla natura di queste bombe, nei confronti delle quali non saprebbero come comportarsi in caso di incontri ravvicinati, fino ad ora limitati a residui bellici vecchi di cinquanta anni; tutto ciò senza dimenticare che ci sono larghe zone, come la nostra, ritenute sicure per assioma, tanto da non meritare neppure uno straccio di bonifica.

Forse la si attende dai pescatori.  


Bombofobie a confronto

 

“Le bombe qui ci sono sempre state. Io non ho più neppure paura di ritrovarmele nella rete, mici sono abituato e voi invece sembrate accorgervene soltanto adesso”.

Sono queste le parole con cui un pescatore ha risposto ai nostri interrogativi sugli ordigni, apparsi forse persino irrispettosi nei confronti di una realtà che con le bombe ha imparato a convivere. Altri invece ci hanno confessato la “bombofobia” alla quale non si sono affatto abituati: Vito, un bambino che spesso “va per mare” a bordo del motopeschereccio del papà ci ha raccontato di quando “una bomba grande l’abbiamo consegnata agli artificieri, quelli dietro il duomo”, aggiungendo che “le bombe stanno pure nel porto”.

E questo ci è stato confermato anche da un altro pescatore il quale ha ammesso di aver lui stesso abbandonato persino dietro i massi del molo pennello una bomba che per l’odore tipico sembrava proprio una di quelle “al gas” – all’iprite, cioè, nel gergo della nostra marineria -, aggiungendo che si tratta di una prassi praticata da molti.Se dunque è già difficile localizzare e mappare le aree interessate dalle bombe, diventa impossibile farlo se si pensa agli spostamenti degli ordigni praticati dai pescatori.

Quello che si dovrebbe fare in caso di rinvenimento di ordigni, è sganciare la rete in cui si fossero impigliati e segnalarne la posizione alle autorità della Guardia Costiera che provvederebbero a farli brillare dagli artificieri. Il tutto con ingenti danni economici subiti dai pescatori che perderebbero rete e ricavato del pescato, senza considerare i tempi di inattività a cui sarebbero costretti per costruirsi nuove attrezzature; del resto il fatto che spesso queste pesche indesiderate avvengano oltre le venti miglia dove non è consentito pescare, ne impediscono naturalmente la denuncia.

Che ci sia tanta omertà tra i pescatori, l’abbiamo potuto toccare con mano: omertà dettata dalla necessità, si potrebbe dire, da una crisi strisciante che arriva a far presumere persino una imminente dichiarazione di crisi del settore con una successiva riduzione del 30% – 50% dei pescherecci ad oggi in attività; una omertà dettata dallo stato di miseria che costringe i pescatori a frequentare anche zone minate e vietate alla pesca, pur di portare a terra qualcosa.

“Lavoriamo come schiavi in mezzo al mare, come gli ignoranti, senza sapere niente di ciò che succede sulla terra: lavoriamo e basta e da qui, dalla terraferma, nessuno si preoccupa di noi, nessuno porta avanti i nostri problemi”.

Lavoratori allo sbando quindi, senza rappresentanza politica, senza fiducia in quella sindacale, educati a diffidare di chi abita la terraferma e a sapersi gestire in autonomia i pericoli del mare.  

 

Gavetone: la parola agli artificieri

 

In estate dicesi Gavetone tratto di costa affollatissimo di giovani e giovanissimi "disposti a rinunciare" alle comodità dei lidi e ad accontentarsi di una delle ormai poche battigie rimaste indenni dal proliferare delle spiagge private.

Durante gli altri mesi dell'anno chi dice Gavetone, dice cartucce di mitragliatrici, granate, bossoli, "farfalle della morte" e artificieri, sommozzatori della Marina Militare, esplosioni quotidiane.

"Arriviamo a recuperare anche 100 ordigni al giorno" - ci ha detto il comandante Fabio Serra, capitano di corvetta del nucleo Sdai -sminamento e difesa anti mezzi insidiosi- di Ancona.

La bonifica, infatti, iniziata nel '96, ha portato fino ad ora alla luce circa 80000 ordigni di natura e dimensioni varie - dalle bombe a mano, le più numerose, ai proiettili di artiglieria, alle mine anticarro: le cifre fanno pensare che le operazioni di sminamento finora compiute abbiano interessato l'80% del totale delle bombe presenti.

Come sia finito un numero così elevato di ordigni in un'area pure così circoscritta - un fazzoletto compreso entro i 300 metri dalla costa, per un tratto di spiaggia lungo 1 Km - i molfettesi lo sanno bene: dopo la seconda guerra mondiale gli alleati si sbarazzarono di enormi quantità di materiale bellico, per anni disseminato nel nostro territorio, utilizzando il mare come discarica, anche in fondali poco profondi; dagli incidenti ai pescatori che subito dopo seguirono, qualcuno pensò bene di trarre profitto: alcune imprese di allora, compresa quella del molfettese Gambardella, avviarono una bonifica, abbastanza sommaria per la verità, finalizzata allo sconfezionamento degli ordigni e alla vendita del metallo ricavato; la base operativa di questi approssimativi recuperi fu proprio Torre Gavetone, dove le munizioni selezionate, spessissimo scartate, erano ributtate in mare.

Poi vennero le operazioni di sminamento degli anni '70 e tuttavia servirono a poco: certo, questa che si avvia alla conclusione è la più radicale, soprattutto per la natura più sofisticata dei mezzi a disposizione della marina.

Oggi si usa il metal-detector e si scava nelle zone indicate con grande precisione, "da archeologi", spiega il comandante.

"I brillamenti di cui ci occupiamo noi - ha precisato il comandante Serra - riguardano solo gli ordigni al tritolo: ne facciamo un deposito in acqua, raccogliendoli in "bidoni" ad oltre un miglio dalla costa, in zone fangose, prive di scogliere o di secche, evitando, cioè, zone ad alta concentrazione di fauna ittica; i brillamenti avvengono inoltre a 10m di profondità, a mezz'acqua, per ridurre il più possibile l'onda d'urto dell'esplosione sul fondale profondo 30m".

Altre bombe, invece, contengono fosforo: sono i cosiddetti ordigni a caricamento speciale, riconoscibili perché più leggeri, affidati all'esercito e fatti brillare non in acqua, ma sulla terra ferma: il fosforo, a contatto con l'aria, brucia fino ad estinguersi.

In realtà alcuni, tra cui Angelo Neve, presidente dell'associazione San Nicola per la Pace, hanno avanzato perplessità: parlano di sistema arcaico adoperato dalla Marina Militare, che ha ritenuto opportuno far brillare gli ordigni direttamente in mare, provocando così la distruzione di flora e fauna marina.

Il Tnt -tritolo- infatti, come riporta anche un allegato alla citata ricerca dell'Icram, è tossico per tutti gli organismi viventi in ambienti acquatici, sui quali produce effetti anche cronici; è persistente in mare e, cosa assai grave, per la sua alta tendenza a sciogliersi nei grassi, entra con facilità nella catena alimentare.

Molti a questo punto griderebbero all'allarmismo, invitando i mezzi d'informazione alla prudenza: eppure proprio in questo caso non sarebbe affatto prudente lasciare che la gente non sappia o assistere all'iper-affollamento estivo di un'area, per altro interdetta alla balneazione, in ogni caso contaminata per aver ospitato per mezzo secolo bombe oggi in parte corrose.

Bagni al tritolo? No, grazie.

Dal giornale “Quindici” di Molfetta

15 giugno 1999

 

20.000 danni sotto i mari

di Massimiliano Piscitelli e Tiziana Ragno

 

      Dicono che sono 143, dicono che giù da noi hanno colpito il mare in 11 zone, dicono che presto saranno rimosse, dicono che non sono nocive.

      Dicono troppe cose ma…sono bombe !

      E’ del 1995 la convenzione internazionale di Barcellona sottoscritta da tutti i paesi del Mediterraneo, che vieta espressamente di gettare ogni tipo di materiale in mare senza possibilità di deroga. Basterebbe solo questo per giudicare assolutamente improprio e anzi fuori da ogni parvenza di legalità, lo spregiudicato “bombardamento” dell’Adriatico.

      Quanto alle misure adottate per prevenire “spiacevoli inconvenienti”, la Nato con ritardo e in maniera parziale ha fornito indicazioni sulla localizzazione delle acque colpite e quindi interdette alla pesca (cfr mappa riportata di seguito). Più delle altre, 2 delle 11 zone individuate ad oggi nel basso Adriatico fanno discutere: quella in corrispondenza del Gargano, a sole 15 miglia dalla costa, all’interno della fascia di pesca più frequentata, e quella prospiciente Brindisi al limite della stessa fascia. E del resto sembra essere solo una tanto magra quanto tardiva consolazione la localizzazione di queste zone: “visto il peso contenuto degli ordigni è facile che le correnti possano sparpagliarli e avvicinarli alla costa”, dichiara Legambiente. E anche le profondità dei fondali, in effetti, non garantiscono sulla loro stazionarietà: sono compresi tra i 50 m e i 1000 m, e , in ogni caso è noto che le reti a strascico raggiungono profondità elevatissime – la pesca dei gamberi raggiunge i 700 m.

      Dichiarazioni ufficiali rilasciate da ambienti militari italiani, hanno inoltre ammesso che le bombe a grappolo, se manomesse dalle attrezzature da pesca, o anche per effetto dell’impatto con l’acqua sono in condizioni di sparo.       

      La bonifica non si prospetta affatto veloce: la città di Molfetta può essere in proposito un vero e proprio simbolo, data la presenza della zona minata di torre Gavetone che da anni attende e per anni ancora attenderà di essere completamente sminata dagli ordigni della II guerra mondiale. E se cinquant’anni sono ormai passati per quelle bombe, ne sono  trascorsi altrettanti prima di indagare sugli effetti dell’iprite, per esempio, altra questione che ha visto coinvolta la nostra marineria. “E’ di questi giorni il varo di un progetto per l’analisi degli effetti dell’iprite sugli ecosistemi marini” – così dichiara l’Istituto di biologia marina di Bari, senza aggiungere nulla a proposito delle conseguenze che sulla fauna ittica potranno avere i recenti ordigni. Bisognerà attendere altri cinquant’anni per quantificare i danni,0 quando la guerra in Kossovo sarà forse solo un pallido ricordo ? 

      Intanto a soli pochi giorni alla fine del conflitto, Legambiente e Greenpeace possono già stilare un primo bilancio delle conseguenze sulla fauna ittica: la contrazione dell’area di pesca ha portato ad una diminuzione immediata del pescato del 20 %, ha provocato il concentramento dello sforzo di pesca e un sovrasfruttamento della fauna ittica più vicina alla costa, anche in concomitanza con l’aumento della pesca di frodo. 

      Il danno sembra essere stato ormai compiuto, quindi. La beffa pare essere in atto.

 

 

La mappa delle jettison areas del basso adriatico

 

 

 

QUELLI CHE … LE BOMBE le pescano

 

      “Lo sanno tutti che, alla fine, la bonifica la fate voi, i pescatori”.

      In un comizio pre-elettorale si ammettono, forse senza volerlo, anche certe verità. Che la bonifica dalle ultime bombe lanciate in Adriatico non sarà un’operazione destinata a compiersi nell’arco del fermo bellico, è cosa già prevedibile quanto contraddittoria, ma è paradossale e offensivo che questa realtà per adesso solo “sospettata” sia confermata addirittura da un politico, incontrato di recente, promotore del fermo bellico e… della sua candidatura al parlamento europeo.

      Ma allora, tanto per chiarirsi le idee, questo provvedimento tanto sofferto del valore di 60 miliardi, opera della collaborazione fra Italia e UE, non sarà per caso il solito “gadget elettorale”?

      Al di là della soddisfazione espressa dal governo, associazioni di categoria e sindacati, sono molte le perplessità che si levano dalle voci dei diretti interessati.

      E’ fuori dalle stanze delle direzioni degli organismi di categoria, passeggiando per il porto, che si incontrano infatti i veri protagonisti della vicenda bombe.

      C’è per esempio un armatore insoddisfatto del fermo che ci accoglie sulla sua barca mentre, in vista del prolungato periodo di inattività, con il suo equipaggio sta “raschiando i ferri”, prima di riverniciarli insieme ai “legni”.

      “A me non conviene affatto stare fermo nel porto a far marcire la barca: le bombe continueremo a pescarle e a ributtarle in mare anche dopo questo mese di inattività. L’iprite, il napalm (altra sostanza nociva usata come liquido incendiario nelle bombe aree della II guerra mondiale), sono a 1ora da Molfetta e qui siamo tutti abituati a ritrovarci nelle reti qualsiasi tipo di ordigno”.

      Ma che cosa dovrebbe fare un pescatore nel caso in cui tra le maglie della sua rete dovesse “impigliarsi” un ordigno ?

      “Sganciare la rete che contiene l’ordigno, rilevare le coordinate e segnalare il ritrovamento alle autorità della Guardia Costiera: - così ci aveva già spiegato il tenente Cassano della Capitaneria di Porto di Molfetta -  agli artificieri poi il compito di far brillare la bomba lì dove è stata rinvenuta”.

      Ne parliamo con il nostro armatore che però, visibilmente irritato, risponde:

“Applicare le corrette procedure sarebbe sicuramente meno rischioso: ma chi ci risarcisce dei danni? Perdere una rete significa subire un danno che va dai 3 ai 5 milioni insieme al ricavato del pescato fatto saltare con la bomba e al tempo di inattività per realizzarne una nuova. Quello che in genere quindi facciamo è tagliare la rete e ributtare a mare la bomba , in una zona in cui non si pesca per la presenza di relitti”.

      A questo punto quello che sospettavamo ci è stato confermato: l’Adriatico è per davvero un’autentica discarica e  anzi è questo l’uso che se ne fa.

      “Contro i pescatori” va detto che nessun peschereccio molfettese ha la licenza di pesca mediterranea, ovvero nessuno è abilitato a varcare le 20 miglia dalla costa; è tuttavia sistematica l’infrazione di questo limite come con spregiudicata franchezza ammettono gli stessi interessati.

      "Sotto costa non c’è più nulla da pescare - ci dice un pescatore, anche lui indaffarato nella stiva della sua imbarcazione – a volte le reti tornano a bordo piene di soli rifiuti e se dovessimo rispettare il limite delle 20 miglia, faremmo la fame. E’ per questo che, tra l’altro, non possiamo segnalare ordigni che pure spessissimo raccogliamo nelle nostre reti”.

      Quanto alle conseguenze economiche che avrà il fermo su ciascun peschereccio, i pareri si diversificano in base naturalmente alle somme di indennizzo che ciascuno prevede di ricevere.

      “Io che stazzo 40 tonnellate riceverò, come armatore, 10 milioni che di certo non copriranno le spese che comunque dovrò sopportare, tra tasse e manutenzioni varie. E poi si sa come vanno a finire queste cose: anche i famosi indennizzi per la rottamazione, anziché favorire la dismissione di pescherecci, così come in teoria doveva avvenire, sono stati usati per acquistarne di nuovi; questi soldi, in realtà sono solo un contentino, le bombe c’erano e si saranno comunque”.

      “A me, invece – ci ha confessato un altro armatore – questo fermo converrà, eccome: per il mio peschereccio che stazza 60 tonnellate, prenderò, spero entro natale, 18 milioni, senza far nulla. Se gli altri vi dicono che non sono contenti è solo perché  molti, qui, vorrebbero sempre andare per mare, solo per questo. E invece io personalmente me ne andrò in vacanza e molti del mio equipaggio approfitteranno per arrotondare con lavoretti extra”.    

 

QUELLI CHE… le bombe le vendono

 

      Neppure una briciola dei 60 miliardi stanziati per il fermo bellico andrà a tutti coloro i quali vivono di pesce, vendendolo. Solo a Molfetta sono più di trecento le piccole aziende coinvolte da questa crisi del commercio indotto dall’attività di pesca. E in effetti della crisi è facile accorgersi: basta camminare per qualche piazza per rendersi conto della desolazione che affligge i banchi vuoti o occupati da grossi pesci importati.

      “Da dove vengono queste spigole ?”

      “Queste dalla Grecia, le sogliole dall’Olanda e quei polpi e quelle seppie che vedete sono congelate e vengono dall’Atlantico”.

      Certo queste dichiarazioni difficilmente invoglierebbero il consumatore a mangiare pesce, abituato com’è al nostro prodotto locale, più saporito e genuino. D’altronde in coincidenza con il caso diossina e con l’allontanamento dei palati dalla carne, ci si sarebbe atteso un incremento della vendita del prodotto ittico, ma … adesso chissà fino a che punto queste strane provenienze possono garantire sulla bontà del pesce.

      “Il prodotto d’importazione convive ormai sistematicamente sui nostri mercati, con quello locale – ha dichiarato Giuseppe Gesmundo, direttore del mercato ittico all’ingrosso – ma non è da escludere  che questo fermo possa provocare un atteggiamento di disaffezione dal prodotto ittico in generale”.

      Già prima del fermo, quando c’è stata una contrazione dell’area di pesca, dovuta alle limitazioni imposte alla navigazione dalla guerra, c’è stata  una diminuzione pari al 20 % dei quantitativi del pescato disponibile sui banchi (dati Legambiente).

      Quanto ai prezzi, dopo l’iniziale aumento a causa del fermo volontario delle altre marinerie dell’Adriatico (Chioggia, Manfredonia …), si è avuto, subito dopo l’inizio del fermo di tutte le marinerie, un forte ribasso dovuto alla contrazione drastica e improvvisa della domanda: i banconi poveri di prodotto non invogliano all’acquisto!

      A rischio, perciò il posto di lavoro di numerosi operatori: i facchini del mercato ittico dove non c’è più movimento di merce, 15 dipendenti dei commissionari addetti alle vendite e numerosi pescivendoli la cui attività si avvia verso la sospensione totale in vista anche del fermo biologico che dovrebbe seguire quello bellico.              

      “E’ un mercato, quello  del pesce, che conosce rari momenti di stabilità: - ribadisce Gesmundo - l’attività della pesca è infatti assai condizionata da molteplici fattori, dalla meteorologia ai frequenti momenti di fermo”.

      “La nostra è una categoria che ha sempre qualcosa da pagare: Iva, Ici, tasse per la camera di commercio…- così ci spiega un pescivendolo dietro il suo banco semivuoto - per giunta siamo figli di nessuno, ci adottano solo quando ci sono le elezioni”.                                                                                                                                 

      E voi in questi momenti di magra che fate ?

      “L’unica cosa che ci resta da fare, oltre che attendere invano contributi promessi e mai elargiti – vedi colera -  è la pesca di frodo con le nostre barchette”.

      Ma questa è una consuetudine accettata da tutti, persino dalle autorità, Capitanerie e Istituto di biologia marina di Bari comprese, che la giudicano più che normale nonostante le intuibili conseguenze sulla popolazione ittica costiera.

Le bombe secondo Greenpeace

Bombe a grappolo

Le bombe a grappolo utilizzate in modo particolare per questo conflitto e già “pescate” a Chioggia sono formate da singoli elementi contenuti in un involucro. Quando sono sganciate, anche se disattivate, l’involucro che le avvolge si apre e le “bomblet”, circa 220 per ordigno, grandi come lattine di coca cola e pesanti 300 g, si disperdono in mare.

 

Uranio impoverito

La maggior parte degli ordigni usati sono caratterizzati dalla presenza di uranio impoverito (U 238) che pur non essendo pericoloso per la sua limitata radioattività, lo diventa durante l’esplosione. Infatti insieme al berillio contenuto anch’esso nei proiettili, per le alte temperature raggiunte si ossidano e si diffondono nell’aria e nel mare. Entrambe questi metalli sono tossici e cancerogeni e, entrando nella catena alimentare provocano disfunzioni e alterazioni del Dna, come già provato dai  numerosi casi di “Sindrome del Golfo” che ha colpito i militari impegnati nel 1991 in Iraq.

 

Tritolo

Componente preponderante di ogni tipo di ordigno, il tritolo è estremamente tossico. Liberatosi in acqua, entrando nella catena alimentare degli organismi viventi, produrrebbe conseguenze a carattere respiratorio, ematico ed epatico.