Dal giornale “Quindici” di Molfetta

15 giugno 1999

 

20.000 danni sotto i mari

di Massimiliano Piscitelli e Tiziana Ragno

 

      Dicono che sono 143, dicono che giù da noi hanno colpito il mare in 11 zone, dicono che presto saranno rimosse, dicono che non sono nocive.

      Dicono troppe cose ma…sono bombe !

      E’ del 1995 la convenzione internazionale di Barcellona sottoscritta da tutti i paesi del Mediterraneo, che vieta espressamente di gettare ogni tipo di materiale in mare senza possibilità di deroga. Basterebbe solo questo per giudicare assolutamente improprio e anzi fuori da ogni parvenza di legalità, lo spregiudicato “bombardamento” dell’Adriatico.

      Quanto alle misure adottate per prevenire “spiacevoli inconvenienti”, la Nato con ritardo e in maniera parziale ha fornito indicazioni sulla localizzazione delle acque colpite e quindi interdette alla pesca (cfr mappa riportata di seguito). Più delle altre, 2 delle 11 zone individuate ad oggi nel basso Adriatico fanno discutere: quella in corrispondenza del Gargano, a sole 15 miglia dalla costa, all’interno della fascia di pesca più frequentata, e quella prospiciente Brindisi al limite della stessa fascia. E del resto sembra essere solo una tanto magra quanto tardiva consolazione la localizzazione di queste zone: “visto il peso contenuto degli ordigni è facile che le correnti possano sparpagliarli e avvicinarli alla costa”, dichiara Legambiente. E anche le profondità dei fondali, in effetti, non garantiscono sulla loro stazionarietà: sono compresi tra i 50 m e i 1000 m, e , in ogni caso è noto che le reti a strascico raggiungono profondità elevatissime – la pesca dei gamberi raggiunge i 700 m.

      Dichiarazioni ufficiali rilasciate da ambienti militari italiani, hanno inoltre ammesso che le bombe a grappolo, se manomesse dalle attrezzature da pesca, o anche per effetto dell’impatto con l’acqua sono in condizioni di sparo.       

      La bonifica non si prospetta affatto veloce: la città di Molfetta può essere in proposito un vero e proprio simbolo, data la presenza della zona minata di torre Gavetone che da anni attende e per anni ancora attenderà di essere completamente sminata dagli ordigni della II guerra mondiale. E se cinquant’anni sono ormai passati per quelle bombe, ne sono  trascorsi altrettanti prima di indagare sugli effetti dell’iprite, per esempio, altra questione che ha visto coinvolta la nostra marineria. “E’ di questi giorni il varo di un progetto per l’analisi degli effetti dell’iprite sugli ecosistemi marini” – così dichiara l’Istituto di biologia marina di Bari, senza aggiungere nulla a proposito delle conseguenze che sulla fauna ittica potranno avere i recenti ordigni. Bisognerà attendere altri cinquant’anni per quantificare i danni,0 quando la guerra in Kossovo sarà forse solo un pallido ricordo ? 

      Intanto a soli pochi giorni alla fine del conflitto, Legambiente e Greenpeace possono già stilare un primo bilancio delle conseguenze sulla fauna ittica: la contrazione dell’area di pesca ha portato ad una diminuzione immediata del pescato del 20 %, ha provocato il concentramento dello sforzo di pesca e un sovrasfruttamento della fauna ittica più vicina alla costa, anche in concomitanza con l’aumento della pesca di frodo. 

      Il danno sembra essere stato ormai compiuto, quindi. La beffa pare essere in atto.

 

 

La mappa delle jettison areas del basso adriatico

 

 

 

QUELLI CHE … LE BOMBE le pescano

 

      “Lo sanno tutti che, alla fine, la bonifica la fate voi, i pescatori”.

      In un comizio pre-elettorale si ammettono, forse senza volerlo, anche certe verità. Che la bonifica dalle ultime bombe lanciate in Adriatico non sarà un’operazione destinata a compiersi nell’arco del fermo bellico, è cosa già prevedibile quanto contraddittoria, ma è paradossale e offensivo che questa realtà per adesso solo “sospettata” sia confermata addirittura da un politico, incontrato di recente, promotore del fermo bellico e… della sua candidatura al parlamento europeo.

      Ma allora, tanto per chiarirsi le idee, questo provvedimento tanto sofferto del valore di 60 miliardi, opera della collaborazione fra Italia e UE, non sarà per caso il solito “gadget elettorale”?

      Al di là della soddisfazione espressa dal governo, associazioni di categoria e sindacati, sono molte le perplessità che si levano dalle voci dei diretti interessati.

      E’ fuori dalle stanze delle direzioni degli organismi di categoria, passeggiando per il porto, che si incontrano infatti i veri protagonisti della vicenda bombe.

      C’è per esempio un armatore insoddisfatto del fermo che ci accoglie sulla sua barca mentre, in vista del prolungato periodo di inattività, con il suo equipaggio sta “raschiando i ferri”, prima di riverniciarli insieme ai “legni”.

      “A me non conviene affatto stare fermo nel porto a far marcire la barca: le bombe continueremo a pescarle e a ributtarle in mare anche dopo questo mese di inattività. L’iprite, il napalm (altra sostanza nociva usata come liquido incendiario nelle bombe aree della II guerra mondiale), sono a 1ora da Molfetta e qui siamo tutti abituati a ritrovarci nelle reti qualsiasi tipo di ordigno”.

      Ma che cosa dovrebbe fare un pescatore nel caso in cui tra le maglie della sua rete dovesse “impigliarsi” un ordigno ?

      “Sganciare la rete che contiene l’ordigno, rilevare le coordinate e segnalare il ritrovamento alle autorità della Guardia Costiera: - così ci aveva già spiegato il tenente Cassano della Capitaneria di Porto di Molfetta -  agli artificieri poi il compito di far brillare la bomba lì dove è stata rinvenuta”.

      Ne parliamo con il nostro armatore che però, visibilmente irritato, risponde:

“Applicare le corrette procedure sarebbe sicuramente meno rischioso: ma chi ci risarcisce dei danni? Perdere una rete significa subire un danno che va dai 3 ai 5 milioni insieme al ricavato del pescato fatto saltare con la bomba e al tempo di inattività per realizzarne una nuova. Quello che in genere quindi facciamo è tagliare la rete e ributtare a mare la bomba , in una zona in cui non si pesca per la presenza di relitti”.

      A questo punto quello che sospettavamo ci è stato confermato: l’Adriatico è per davvero un’autentica discarica e  anzi è questo l’uso che se ne fa.

      “Contro i pescatori” va detto che nessun peschereccio molfettese ha la licenza di pesca mediterranea, ovvero nessuno è abilitato a varcare le 20 miglia dalla costa; è tuttavia sistematica l’infrazione di questo limite come con spregiudicata franchezza ammettono gli stessi interessati.

      "Sotto costa non c’è più nulla da pescare - ci dice un pescatore, anche lui indaffarato nella stiva della sua imbarcazione – a volte le reti tornano a bordo piene di soli rifiuti e se dovessimo rispettare il limite delle 20 miglia, faremmo la fame. E’ per questo che, tra l’altro, non possiamo segnalare ordigni che pure spessissimo raccogliamo nelle nostre reti”.

      Quanto alle conseguenze economiche che avrà il fermo su ciascun peschereccio, i pareri si diversificano in base naturalmente alle somme di indennizzo che ciascuno prevede di ricevere.

      “Io che stazzo 40 tonnellate riceverò, come armatore, 10 milioni che di certo non copriranno le spese che comunque dovrò sopportare, tra tasse e manutenzioni varie. E poi si sa come vanno a finire queste cose: anche i famosi indennizzi per la rottamazione, anziché favorire la dismissione di pescherecci, così come in teoria doveva avvenire, sono stati usati per acquistarne di nuovi; questi soldi, in realtà sono solo un contentino, le bombe c’erano e si saranno comunque”.

      “A me, invece – ci ha confessato un altro armatore – questo fermo converrà, eccome: per il mio peschereccio che stazza 60 tonnellate, prenderò, spero entro natale, 18 milioni, senza far nulla. Se gli altri vi dicono che non sono contenti è solo perché  molti, qui, vorrebbero sempre andare per mare, solo per questo. E invece io personalmente me ne andrò in vacanza e molti del mio equipaggio approfitteranno per arrotondare con lavoretti extra”.    

 

QUELLI CHE… le bombe le vendono

 

      Neppure una briciola dei 60 miliardi stanziati per il fermo bellico andrà a tutti coloro i quali vivono di pesce, vendendolo. Solo a Molfetta sono più di trecento le piccole aziende coinvolte da questa crisi del commercio indotto dall’attività di pesca. E in effetti della crisi è facile accorgersi: basta camminare per qualche piazza per rendersi conto della desolazione che affligge i banchi vuoti o occupati da grossi pesci importati.

      “Da dove vengono queste spigole ?”

      “Queste dalla Grecia, le sogliole dall’Olanda e quei polpi e quelle seppie che vedete sono congelate e vengono dall’Atlantico”.

      Certo queste dichiarazioni difficilmente invoglierebbero il consumatore a mangiare pesce, abituato com’è al nostro prodotto locale, più saporito e genuino. D’altronde in coincidenza con il caso diossina e con l’allontanamento dei palati dalla carne, ci si sarebbe atteso un incremento della vendita del prodotto ittico, ma … adesso chissà fino a che punto queste strane provenienze possono garantire sulla bontà del pesce.

      “Il prodotto d’importazione convive ormai sistematicamente sui nostri mercati, con quello locale – ha dichiarato Giuseppe Gesmundo, direttore del mercato ittico all’ingrosso – ma non è da escludere  che questo fermo possa provocare un atteggiamento di disaffezione dal prodotto ittico in generale”.

      Già prima del fermo, quando c’è stata una contrazione dell’area di pesca, dovuta alle limitazioni imposte alla navigazione dalla guerra, c’è stata  una diminuzione pari al 20 % dei quantitativi del pescato disponibile sui banchi (dati Legambiente).

      Quanto ai prezzi, dopo l’iniziale aumento a causa del fermo volontario delle altre marinerie dell’Adriatico (Chioggia, Manfredonia …), si è avuto, subito dopo l’inizio del fermo di tutte le marinerie, un forte ribasso dovuto alla contrazione drastica e improvvisa della domanda: i banconi poveri di prodotto non invogliano all’acquisto!

      A rischio, perciò il posto di lavoro di numerosi operatori: i facchini del mercato ittico dove non c’è più movimento di merce, 15 dipendenti dei commissionari addetti alle vendite e numerosi pescivendoli la cui attività si avvia verso la sospensione totale in vista anche del fermo biologico che dovrebbe seguire quello bellico.              

      “E’ un mercato, quello  del pesce, che conosce rari momenti di stabilità: - ribadisce Gesmundo - l’attività della pesca è infatti assai condizionata da molteplici fattori, dalla meteorologia ai frequenti momenti di fermo”.

      “La nostra è una categoria che ha sempre qualcosa da pagare: Iva, Ici, tasse per la camera di commercio…- così ci spiega un pescivendolo dietro il suo banco semivuoto - per giunta siamo figli di nessuno, ci adottano solo quando ci sono le elezioni”.                                                                                                                                 

      E voi in questi momenti di magra che fate ?

      “L’unica cosa che ci resta da fare, oltre che attendere invano contributi promessi e mai elargiti – vedi colera -  è la pesca di frodo con le nostre barchette”.

      Ma questa è una consuetudine accettata da tutti, persino dalle autorità, Capitanerie e Istituto di biologia marina di Bari comprese, che la giudicano più che normale nonostante le intuibili conseguenze sulla popolazione ittica costiera.

Le bombe secondo Greenpeace

Bombe a grappolo

Le bombe a grappolo utilizzate in modo particolare per questo conflitto e già “pescate” a Chioggia sono formate da singoli elementi contenuti in un involucro. Quando sono sganciate, anche se disattivate, l’involucro che le avvolge si apre e le “bomblet”, circa 220 per ordigno, grandi come lattine di coca cola e pesanti 300 g, si disperdono in mare.

 

Uranio impoverito

La maggior parte degli ordigni usati sono caratterizzati dalla presenza di uranio impoverito (U 238) che pur non essendo pericoloso per la sua limitata radioattività, lo diventa durante l’esplosione. Infatti insieme al berillio contenuto anch’esso nei proiettili, per le alte temperature raggiunte si ossidano e si diffondono nell’aria e nel mare. Entrambe questi metalli sono tossici e cancerogeni e, entrando nella catena alimentare provocano disfunzioni e alterazioni del Dna, come già provato dai  numerosi casi di “Sindrome del Golfo” che ha colpito i militari impegnati nel 1991 in Iraq.

 

Tritolo

Componente preponderante di ogni tipo di ordigno, il tritolo è estremamente tossico. Liberatosi in acqua, entrando nella catena alimentare degli organismi viventi, produrrebbe conseguenze a carattere respiratorio, ematico ed epatico.